martedì 16 ottobre 2007

› Laudatio di Alda Merini

(testo letto il 16 Ottobre 2007 in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa alla poetessa Alda Merini)

Magnifico Rettore, autorità politiche e accademiche, illustri colleghi, cari studenti, signore e signori

quasi un anno fa ricevetti una mia studentessa dei corsi di Scienze della Comunicazione, che in maniera timida voleva chiedermi la tesi di laurea su una poetessa che aveva visto in televisione. Era successo nel corso di un programma molto seguito: il “Maurizio Costanzo Show”. La poetessa era Alda Merini.
Le risposi subito che mi sembrava un’ottima idea per molti motivi: si trattava di una delle più grandi poetesse italiane contemporanee; candidata nel 1996 al premio Nobel per la Letteratura dall’“Académie Française”; autrice di quasi cento raccolte di versi e prose; vincitrice di premi prestigiosi come il Librex-Guggenheim “Eugenio Montale” per la Poesia del 1993, il Premio Viareggio del 1996, il Premio Procida-Elsa Morante del 1997, il Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Settore Poesia del 1999; cantata da Milva, Roberto Vecchioni, Lucio Dalla e molti altri cantatutori; messa in scena da numerosi registi cinematografici e teatrali; proposta, infine, da più di un anno, dalla nostra Facoltà di Scienze della Formazione per il conferimento di una laurea magistrale honoris causa in Scienze della Comunicazione.
La ragazza si prese di coraggio e si schiarì in volto: era stata attratta dalla particolare luce degli occhi, dalla profondità, tranquillità e dolcezza delle parole e dall’alternanza di gioia e tristezza che trasparivano dai discorsi della Merini, ma candidamente mi disse: “non sapevo che fosse così importante”.
L’innocenza svela sempre il re nudo. Una verità che tutti abbiamo sempre saputo ma che nessuno ha mai esplicitamente ammesso: il certificato pubblico di “esistenza in vita” per Alda Merini lo ha rilasciato il mondo della Comunicazione, senza il quale questa straordinaria artista sarebbe rimasta sconosciuta ai più.
In questa importante e solenne giornata si invertono finalmente i ruoli: il mondo della comunicazione, che ha visto premiate dalla cultura accademica italiana celebrità ricche e affermate del calibro culturale di Valentino Rossi, Vasco Rossi, Luciano Ligabue, Lucio Dalla, ha inconsapevolmente concorso con l’Università di Messina ad addottorare oggi – honoris causa – la semplice poetessa Alda Merini cui viene conferita la laurea magistrale in “Teorie della comunicazione e dei linguaggi” (Classe 101s, Teorie della Comunicazione).
Siamo felici di attribuirLe un riconoscimento dovuto e appropriato.
Dire dovuto è un semplice tributo alla sobrietà, che sola può renderci attendibili: in realtà, questa laurea magistrale costituisce solo un piccolo risarcimento morale per quanto Alda Merini ha saputo fare per la gloria della cultura italiana nel mondo rispetto a quanto poco la cultura italiana non abbia mai saputo fare per lei. In realtà, come scriveva già nel 1995 Laura Alunno nella sua Prefazione alla raccolta einaudiana delle poesie della Merini Ballate non pagate: “non esiste riconoscimento che possa pareggiare il conto di ciò che Alda Merini ha dato alla poesia, così come non esiste possibilità di risarcimento da parte di una vita che ha sempre agito per sottrazione”.
Una laurea magistrale in Comunicazione è, tuttavia, un riconoscimento appropriato, perché se oggi alla poesia di Alda Merini viene universalmente accordato uno straordinario valore lo dobbiamo molto più al mondo dei mass media, della televisione e dei giornali che a quello della politica o delle istituzioni educative.
Il mondo politico, con qualche rara eccezione, non solo ha sempre ignorato la figura etica e culturale della Merini, ma le ha negato per ben due volte – sia con governi di destra che di sinistra – persino l’esiguo vitalizio previsto dalla legge 440 del 1985, detta comunemente “legge-Bacchelli” dal nome di colui che per primo ne usufruì e che prevede un fondo “destinato a quei cittadini che abbiano illustrato la patria e che versano in stato di particolare necessità”. Vi risparmio le disarmanti motivazioni con cui quell’elementare atto di solidarietà venne rifiutato. Solo nel 1995 – sotto il governo “neutro” di Lamberto Dini – questa ingiustizia è stata sanata dalla decisione di versarle il contrastato vitalizio di ben 800 euro mensili.
Le istituzioni educative non sono state da meno. Nata il 21 marzo del 1931, in una famiglia numerosa e non certo agiata, la Merini frequentò le scuole professionali e non venne ammessa al Liceo “Manzoni” perchè respinta in Italiano! Eppure in quegli stessi anni esibiva già versi di sconcertante originalità che suscitarono l’attonita ammirazione di Pier-paolo Pasolini (“Paragone”, 1954 e 1960):

“giac(chè) di fonti per la bambina Merini non si può certo parlare: (…) di fronte alla spiegazione di questa precocità, di questa mostruosa intuizione (…), ci dichiariamo disarmati”.

Fu quello il primo schiaffo: “il mio primo dolore – dichiara la Merini – è stato per me quello di essere stata respinta all’esame di ammissione proprio in italiano, una materia che amavo (…). Mi sono ammalata. (…) I miei, che (…) erano persone molto semplici, non sapevano che cosa fare per consolarmi. Non ho più dato l’esame, ho odiato le scuole, la cosiddetta cultura” (Intervista rilasciata a Cristina Maza “Chi”, 21/3/2001).
Eppure la cultura poetica autentica, quella di Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Carlo Betocchi, Maria Corti, Giovanni Raboni, Giacinto Spagnoletti, il già citato Pier Paolo Pasolini e tanti, tanti altri giganti della letteratura italiana non accademica, hanno da subito individuato, apprezzato ed amato il genio poetico di Alda Merini.
D’altro canto non è certo la prima volta che il mondo della scuola e dell’Università italiana si distingue per questa cecità cognitiva di fronte al talento poetico, letterario o scientifico. Alcune volte è riuscita a rimediare, come nel caso di Mario Luzi o di Umberto Saba, altre volte ha perso irrimediabilmente l’occasione del perdono, come nel caso, per certi versi simile a quello della Merini, di Dino Campana e di tanti altri geni letterari rimasti misconosciuti all’Accademia.
Tuttavia, il caso del silenzio di quasi mezzo secolo su Alda Merini, non è spiegabile solo con quella che la stessa poetessa ha chiamato in altri tempi la “troppa boria dei professori universitari”. L’ostracismo nei suoi confronti – destinato a cadere solo grazie ai moderni media – è l’ostracismo di una cosiddetta “società civile” da sempre arretratissima in Italia sui temi dei diritti civili, della diversità culturale, esistenziale e morale. Alda Merini, infatti, non è stata solo colpevole di saper concepire autentica poesia al di fuori dei recinti culturalmente benpensanti, ma è anche stata condannata per l’infamia della sua “follia”.

* * *

Ma cos’è la follia?
Di norma c’è una risposta clinica che la definisce e che viene data in pasto ad un’implacabile domanda di causalità sociale. Così la follia è malattia mentale, disordine cerebrale, caos comportamentale che esige un’intransigente e obbligatoria “normalizzazione”. Clinica, famiglia e società culturalmente arretrate circoscrivono vere e proprie aree di localizzazione ed emarginazione istituzionale della follia, magistralmente descritteci da Michel Foucault già negli anni Sessanta. Localizzazioni cerebrali, spazi manicomiali, connivenze familiari. Appunto: dall’antica lobotomia, all’elettroshock, ai prolungati silenzi sociali, tutta l’inaudita violenza muta che spinge a murare il folle assieme alla sua anarchica follia dimenticandolo per sempre.
“Bakunina” l’hanno sempre chiamata la Merini i migliori amici e i migliori uomini della sua vita. Ma quella cosa che chiamiamo per infausta convenzione “follia” non è affatto “anarchia”. Binswanger la chiamava Daseinsform “modalità di esistenza”; Wittgenstein Lebensform “forma di vita”. Ed era il cruccio del più grande filosofo contemporaneo:

“se io diventassi pazzo la cosa di cui avrei più paura sarebbe la vostra attitudine al senso comune. Che voi consideraste come una questione scontata che io soffrissi di fissazioni” (Wittgenstein in Drury, 1996: 67).

Alda Merini ha sempre tentato di spiegare al mondo che la follia non è che la credenza in un altro possibile ordine delle cose, una disposizione e un abito fenomenologico, una piegatura particolare del sentimento:

“io mi auguro che la malattia di mente venga finalmente sfatata e ricondotta alla sua vera base, che è un disturbo dell’emotività” (1997:118)

“una volta un’ammalata mi appioppò un sonoro ceffone. Il mio primo istinto fu quello di renderglielo. Ma poi presi quella vecchia mano e la baciai. La vecchia si mise a piangere. ‘Tu sei mia figlia’, mi disse. E allora capii che cosa aveva significato quel gesto di violenza. Di fatto non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini” (1997:115)

“l’uomo è socialmente (…) un cattivo soggetto. E quando trova (…) qualcuno che parla troppo piano, qualcuno che piange, gli butta addosso le proprie colpe, e, così, nascono i pazzi. Perché la pazzia, amici miei, non esiste. Esiste soltanto nei riflessi onirici del sonno e in quel terrore che abbiamo tutti, inveterato, di perdere la nostra ragione” (1997:119).

Il sonno della ragione generatore di mostri è sempre stato un costante incubo della Merini. “Disposta naturalmente al razionalismo”– come si definisce ne L’altra verità (p.36) – della ragion dialettica ella è una vera sacerdotessa. È strano che nessuno tra i molti studiosi della Merini-poetessa e della Merini-paziente abbia notato la più clamorosa delle assenze nella sua opera e nella sua vita: quella dell’elemento paranoideo della cognizione umana. Non c’è forma conclamata di autentica schizofrenia senza il senso di persecuzione che intero sovrasta ed avvolge il delirio. L’elemento paranoideo rivela che la forma di vita che si incarna in quel soggetto è tutta estroflessa verso l’esterno: la colpa, le colpe, sono sempre attribuite agli altri: uomini, parenti, vicinato, società, sistema, etc. Al contrario Alda Merini è stata sempre concentrata sulle proprie responsabilità e sui propri errori, riconosciuti sino al limite estremo del dolore. Un esplicito orrore istintivo per il dogmatismo paranoideo, indifferentemente diffuso tra i “sani” e i “malati” è sempre emerso dalle sue parole:

“te la spiego io la patologia della normalità – dichiara in un’intervista con Teresio Zaninetti –. Il malato soffre perché non c’è una dialettica ... Prendi il paranoico ed il sano, che è convinto della sua ragione. Da li non lo smuove più nessuno. È l’uomo regresso e proprio quell’uomo che non progredirà mai. Non voglio dire che tutti debbano essere nevrotici, ma almeno avere all’interno qualche problema per cui interrogarsi. Mi sembra essenziale, specialmente per l’uomo moderno”

L’uomo che non si interroga mai e non ha mai dubbi – sia esso il persecuté delirante che il fondamentalista religioso capace di farsi saltare in aria assieme ai cento bambini di un asilo – è distante mille miglia dal cosiddetto folle. Il folle è “un sapiente della grandezza, da non confondere col paranoico che vede grandezza ovunque, anche dove alberga la più totale ignoranza” (Merini in Donatella Pagliari, Creatività e follia). La dolce follia può essere un eccesso o un difetto di misura logica o emotiva, ma non può mai essere paranoia, cioè certezza indiscussa di verità, di realtà:

“il dottor G. sostiene che io per lungo periodo persi il contatto con la realtà. Ma (…) chi può stabilire che cos’è la realtà? Perché noi chiamiamo realtà ciò che vediamo, sentiamo, odoriamo. Non siamo dunque noi, la sola autentica realtà possibile? E da noi che partono le cose” (1997:119).

“chi è poi la pazza della porta accanto? Per me è la mia vicina. Per lei la matta sono io, come per tutti gli abitanti del Naviglio” (Merini, 1995:135).

Non anarchia, né paranoia, né cecità di fedi, quindi, è la sua follia: ma neppure “arte”. Uno dei più accorati appelli di Alda Merini è sempre stato rivolto proprio contro la mistificante identificazione tra arte e follia: “si è fatta troppa confusione tra la mia poesia e la mia vita, anzi tra la poesia e la malattia. La poesia, semmai, è la liberazione dal male, come la preghiera lo è dal peccato”. Parole accorate molto simili a quelle di un altro discusso artista – A. Artaud – che considerò la follia una Lebensform antagonista del pensiero, del linguaggio e della misura poetica. Analogamente per Alda Merini “non si può usare la pazzia con uno scopo. Il delirio dà alla luce figure, visioni, realtà sommerse. La follia è un capitale enorme, estremamente prolifico, però lo può amministrare soltanto un poeta” (Merini, 1995:143). L’immagine del poeta-folle è solo una caricatura che secondo la Merini, il “genio non sopporta”. L’attingere ad una modalità di esistenza diversa per tradurla in poesia è, infatti: “molto faticoso e terribilmente doloroso” (ib.):



“il piede della follia
non ha nulla di divino
ma la mente ci porta
lungo le ascese bianche
dove fiotta la neve
cresce il sambuco,
geme l’agnello;
abbiamo attraversato ponti
esaminato misure,
e quando l’ombra cupa
del delirio incombeva
sulla nuca profonda
noi chinavamo il capo
come sotto una legge”
(La Terra Santa,
1984: 83)



Il delirio diventa così la misura della coazione cognitiva che separa la poesia dalla realtà: “non si può portare all’esterno una figura così carismatica, bella, di sogno, com’è il delirio, perché verrebbe distrutto, inghiottito dal quotidiano. La follia va invece allevata in un ambiente adatto, e allora può dare alla luce cose straordinarie. Diventa dolore, ma anche poesia. In dodici anni di manicomio ho imparato tanto” (1995:148).
Chi ha vissuto l’istituzione manicomiale non ha più voglia o tempo per giocare al mito romantico del genio folle o del poeta pazzo: lugubri favole prodotte dal narcisismo dei critici letterari:

“molti hanno pensato che la mia poesia sia la mia follia. Pochi hanno capito, invece, che la mia poesia è nata a prescindere da tutto e da tutti. Avrei potuto fare la matta o la ragioniera e la mia poesia sarebbe comunque uscita. Essa è una forza che nasce in me, è come una gravidanza che deve andare a termine” (Merini, 1999:11).

La follia non genera da sé poesia, ma può diventare l’ostetrica del suo doloroso parto. È più che mai una Daseinsform: “una delle cose più sacre che esistano sulla terra. È un percorso di dolore purificatore, una sofferenza come quintessenza della logica” (id.:146). Il manicomio – che delle diversità mentali delle forme di vita è solo gendarme e prigione – è invece l’anti-poesia per eccellenza:

“e se tu mi avessi vista
dopo un ‘trattamento’
quando i capelli in testa sembravano serpi
serpi di pensieri e di dolori
se tu mi avessi vista piegata in due
dall’orribile dolore di essere donna
ti saresti chiesto:
‘ma questa è una poetessa’? ” (ib.).

Eppure La Terra Santa (1984), una tra le opere più intense e straordinariamente poetiche di Alda Merini, il capolavoro premiato nel 1993 con il premio “Montale”, parla proprio del manicomio: “parola assai più grande delle oscure voragini del sogno” (p.71) “cassa di risonanza” in cui “il delirio diventa eco” e “l’anonimità misura” (p. 72). In quel luogo, nel “Sinai maledetto” in cui il medico notturno ti regala “una flebo che sommuova il tuo sangue irruente di poeta” e

“poi se ne va sicuro, devastato
dalla sua incredibile follia
il dottore di guardia, e tu le sbarre
guardi nel sonno come allucinato
e ti canti le nenie del martirio” (p.78).

Il degrado manicomiale è colto ovunque nella sua oscena impudicizia, in quella “triste toeletta del mattino” in cui “corpi delusi, carni deludenti, (ed) attorno al lavabo il nero puzzo delle cose infami” (p.100) attendono che l’“anima circoncisa” (p.101) fugga dall’involucro vergognoso del corpo librandosi in alto:



“laggiù (…)
dove le membra intorpidite
si avvoltolavano nei lini
come in un sudario semita,
laggiù dove le ombre del trapasso
ti lambivano i piedi nudi
usciti di sotto le lenzuola,
e le fascette torride
ti solcavano i polsi e anche le mani,
e odoravi di feci,
laggiù, nel manicomio (…)
Iddio ti compariva
e il tuo corpo andava in briciole,
delle briciole bionde e odorose
che scendevano a devastare
sciami di rondini improvvise
(La Terra Santa, 1984: 91)



Dal centro dell’inferno sgorga, tuttavia, dopo quasi venti anni di silenzio, il canto universalizzato e libero, della prigionìa: prigionìa del corpo, dell’anima, della poesia. Un canto dolce e violento, ma mai rancoroso. Amaro, triste, profondo: ora gridato ed ora sussurrato da un raffinatissimo linguaggio senza fonti e senza eredi. La quintessenza della forma di vita della grande poetessa Alda Merini:

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita. (p.95)

* * *

Impropriamente si dice che esistono due fasi della poesia di Alda Merini: la prima si collocherebbe tra il 1953 e il 1962 e la seconda inizierebbe dopo il ventennio dell’internamento e il ritorno alla quotidianità della vita ordinaria. Certamente, sotto il profilo del metabolismo esistenziale, la giovane Merini, tutta attesa a plasmare il proprio estro alla luce della più autentica società letteraria del tempo, appare molto diversa dall’inquieta esploratrice dell’anima disincantata di fine secolo. Impossibile, d’altro canto, non avvertire la differenza tra il vissuto sottostante a La presenza di Orfeo (1953) e quello incorporato ne La Terra Santa (1984).
E, tuttavia, ciò che caratterizza e conferisce spessore artistico al poeta non può non essere il suo linguaggio: questo travalica le poetiche, le tematiche e qualsiasi altra contingenza dinamica. Certo, anch’esso si trasforma col tempo e conserva le tracce dei mutamenti ecologici degli individui, ma resta un teste inalterabile della loro cifra poetica. Da questo punto di vista, la sorprendente “bambina” pasoliniana e l’anziana cantrice di San Francesco incantano allo stesso modo menti e orecchie.
La prima, tutta assorta nell’egocentrica poetica della formazione artistica, rimprovera ai suoi maestri il gioco dell’apprendistato:

“mi hai resa divergenza di dolore,
spazio per la tua vita di ricerca
per abitarmi il tempo di un errore”
(1953, da Fiore di poesia, 1998:12)

scrive a Silvana Rovelli, e, poi, soprattutto al suo amato Giorgio Manganelli, a cui si consegna senza resistenze:

“sarò un ramo fiorito di consenso,
e poi, trovato un punto di contatto,
ammetterò una timida coscienza
di vita d’animale (…)
e ci si può liberamente dare
alle dimenticanze più serene
quando gli anelli multipli di noi
si sciolgono e riprendono in accordo,
quando la garanzia dell’immanenza
ci fasci di un benessere assoluto.
Così nelle tue braccia ordinatrici
io mi riverso, minima ed immensa;
dato sereno, dato irrefrenabile,
attività perenne di sviluppo”
(1953, da Fiore di poesia, 1998:14-5)

La diciottenne Alda si dà ai suoi mentori con la stessa raffinatezza linguistica della settantenne Merini che, attraverso l’affine Francesco, si dà a Dio:



Oh io ascolto le parole di Dio
e come ogni tenero amante
non dirò a nessuno
ciò che lui mi dice:
sono perle che cadono
nell’acqua delle mie orazioni
e mi lavano il volto.
Stendo il mio corpo,
lo faccio aderire alla mia morte
e ne ho un indicibile sollievo (…)
Come tutti gli amanti
che non parlano
se non attraverso le loro azioni,
io afferro i piedi del mio Signore
e li bacio,
sanguinante e libero
come tutti gli uccelli del cielo
(da Francesco. Canto di una creatura, 2007:84)



Unitarietà linguistica e unitarietà poetica, dunque, durante il corso di tutta la sua vita. Ma per parlare di cosa?
Anche in questo caso si può osservare in Alda Merini una costanza di motivi ricorrenti nella sua poetica: il sostanziale autobiografismo della produzione, l’incessante ricerca delle affinità elettive, l’intreccio di temi erotici e mistici, l’embodiment spirituale. Tutti temi amalgamati da una omogenea concentrazione stilistica, che nell’arco degli anni lascerà spazio a una poesia più immediata e intuitiva, e da una tensione verso l’oralità che ha fatto richiamare le componenti più arcaiche della poesia greca specialmente quelle legate all’orfismo e alla tradizione degli aedi pre-omerici.
Alla continuità linguistica, tematica e stilistica si aggiunge, infine, una sorta di continuità etica nella concezione della funzione poetica e del rapporto poesia-vita.
Si tratta di un punto particolarmente importante. Il “risarcimento” alla Merini, di cui si è parlato e a cui questa laurea honoris causa vuol dare un piccolo contributo, passa anche attraverso la rivisitazione della dimensione etica della letteratura e dell’arte come pratiche universali autenticamente disinteressate e volte esclusivamente alla comprensione dei più importanti valori umani.
Sotto questa prospettiva emerge una responsabilità sociale della cultura umanistica non certo minore di quella attribuita normalmente alla cultura scientifica. La misura della parola poetica, come di quella filosofica o storica o antropologica, incide sui costumi e sulle cognizioni sociali forse ancor più della misura tecnica. La morale letteraria non è meno incisiva della morale tecnologica. Il peccato umanistico non è meno grave di quello scientifico.
Non sempre questo è chiaro alle prassi critiche, compresa, spesso, la produzione accademica. Da Alda Merini riceviamo un’indimenticabile lezione di etica dell’arte. Per lei il peccato letterario è il narcisismo estetico, l’assenza di razionalità, il manierismo, l’ostentazione, il distacco tra la poesia e la vita, tra l’importanza che conferiamo alla loro reciproca traslitterazione:

“la mia poesia mi è cara come la mia stessa vita, è la mia parola interiore, la mia vita. Non si può, secondo me, rescindere la poesia dal pensiero-azione. Io sono stata sempre un’autrice dinamica, non una persona che gioca i dadi del concetto a un tavolo di metafore. Mi piace scrivere perché mi piace vivere” (Merini, 1987)

“per esempio, a me piace di più il periodo manicomiale, soprattutto perché la poesia è più sociale. Quindi ha un contenuto più forte, più universale, mentre il patema d’animo, mio o tuo, poco importa alla comunità, alla società” (Intervista a Zaninetti, cit.).


Della poesia contemporanea, soprattutto dei suoi salotti letterari brulicanti di brillanti critici o di aspiranti artisti, prende un deciso distacco:

“io non vado mai a queste vernici poetiche, a questi ritrovi mondani. Trovo che ci siano tanti facinorosi (…) che si credono poeti ma, alla fine, parlano solo a sproposito. Soprattutto tante persone moralmente indigenti che credono di essere poeti solo perché sanno leggere o scrivere o dicono qualche cavolata alla fidanzata. Io sostengo che la poesia è una formazione culturale” (Intervista a Zaninetti, cit.).

Da quella che un’acuta critica ha riconosciuto nell’etica poetica della Merini come una “totale assenza di macchinazione nel comunicare” (Curzia Ferrari, Alda Merini) deriva l’inconfondibile precisione del suo messaggio. Il poeta deve ridimensionare l’autostima per le tecniche e saper rivalutare il contesto che le mette in moto, che le anima. Dobbiamo dare – scrive di recente – “uno stimolo alla poesia non col nostro versificare ma con il nostro amare” (1999:13). Per scrivere bisogna studiare molto, imparare a guardare: “soprattutto bisogna imparare a non giudicare mai nessuno” (ib.). La poesia appartiene a tutti, è come fosse un’opera comune: chi ritocca troppo i versi, “chi è troppo geloso dei propri manoscritti, a me risulta troppo orgoglioso e pieno di sé” (ib.). Non è poesia l’erudizione, non è poesia il manierismo: “(le mie poesie) comunque non le rivedo mai, il momento dell’ebbrezza è il momento della creazione, se dovessi rivederle mi sentirei un contabile” (ib.). La poesia lavora, quindi, contro l’incubo di una realtà monocorde, priva di sfumature, ragioneristica: “quando scrivo è come se dormissi ed entrassi nel profondo della mia anima. Mi fa paura il risveglio, il contatto matematico, aggressivo con la realtà dalla quale vorrei finalmente slegarmi” (1997: 66).
Scrivere immersi nel coma dell’anima per risvegliarsi in una realtà controllabile e familiare è la chiave visionaria di quest’etica artistica. Solo Maria Corti ha saputo cogliere appieno questo singolare processo cognitivo della poesia di Alda Merini:

“dapprima lei vive all’interno di una realtà tragica in modo allucinato e sembra vinta; poi la stessa realtà irrompe nell’universo memoriale e da lì è proiettata nell’immaginario e diviene una visione poetica dove ormai è lei a vincere, a dominare, non più la realtà” (Corti, 1991:V).

Si deduce da questa seducente ipotesi che la scrittura di Alda Merini è come la fotografia di Mario Giacomelli o la musica dei fratelli Mancuso: un processo incessante di interpretazione realistica e universale del sogno. In questo processo la realtà è sempre presente ma non è mai la suggeritrice militante dell’arte. Non lo scandalo, non la cronaca o la contingenza storica fanno la letteratura “non credo che l’obbrobrio faccia scrivere delle belle poesie” (Intervista con Michelangelo Camilliti).
E, tuttavia, questa realtà, è sempre presente, attraverso le antenne del dolore, della gioia, del ricordo della follia e delle sue parole che, come pensava Wittgenstein, ci tengono attaccate al suolo del mondo:

Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.
Cosi, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all’umanità (…)
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d’oro
e l’albero della conoscenza
Dio non è mai disceso
né ti ha mai maledetto.
(1998:84)

Antonino Pennisi









Bibliografia essenziale di Alda Merini

La presenza di Orfeo, Schwarz, 1953
Nozze romane, Schwarz, 1955
Paura di Dio, Scheiwiller, 1955
Tu sei Pietro, Scheiwiller, 1961
Destinati a morire, Lalli, 1980
Le rime petrose, 1983 (ed. privata)
Le satire della Ripa, Laboratorio Arti Visive, 1983
Le più belle poesie, 1983 (ed. privata)
La Terra Santa, Scheiwiller, 1984
La Terra Santa e altre poesie, Lacaita, 1984
L’altra verità. Diario di una diversa, Scheiwiller, 1986
Fogli bianchi, Biblioteca Cominiana, 1987
Testamento, Crocetti, 1988
Delirio amoroso, Il melangolo, 1989
Il tormento delle figure, Il melangolo, 1990
Vuoto d’amore, Einaudi, 1991
Valzer, TS, 1991
Balocchi e poesie, TS, 1991
Le parole di Alda Merini, Stampa Alternativa, 1991
La vita felice: aforismi, Pulcinoelefante, 1992
Ipotenusa d’amore, La vita felice, 1992
Aforismi, Nuove Scritture, 1992
La palude di Manganelli o Il monarca re, La vita felice, 1992
Rime dantesche, Divulga, 1993
Le zolle d’acqua, Montedit, 1993
Se gli angeli sono inquieti, Shakespeare and Company, 1993
La presenza di Orfeo: 1953-1962, Scheiwiller, 1993
Titano amori intorno, La vita felice, 1994
25 poesie autografe, La città del sole, 1994
Doppio bacio mortale, Lietocolle, 1994
Reato di vita. Autobiografia e poesia, Melusine, 1994
Il fantasma e l’amore, Melusine, 1994
La pazza della porta accanto, Bompiani, 1995
Ballate non pagate, Einaudi, 1995
Sogno e poesia, La vita felice, 1995
Lettera ai figli, Lietocolle, 1995
La Terra Santa: Destinati a morire – La Terra Santa – Le satire della ripa – Le rime petrose – Fogli bianchi, Scheiwiller, 1996
Aforismi, Edizioni Pulcinoelefante, 1996
Un’anima indocile, La vita felice, 1996
Refusi, Zanetto, 1996
Immagini a voce, Motorola, 1996
La vita felice: sillabario, Bompiani, 1996
La vita facile, Bompiani, 1997
La volpe e il sipario, Girardi, 1997
Orazioni piccole, Edizioni dell’Ariete, 1997
Curva in fuga, Edizioni dell’Ariete, 1997
Ringrazio sempre chi mi dà ragione, Stampa Alternativa, 1997
Lettere a un racconto prose lunghe e brevi, Rizzoli, 1998
Fiore di poesia 1951-1997, Einaudi, 1998
Eternamente vivo, L’Incisione, 1998
57 poesie, Mondadori, 1998
Favole, orazioni, salmi, La libraria, 1998
L’uovo di Saffo. Alda Merini e Enrico Baj, Colophon, 1999
Le ceneri di Dante: con una bugia di ceneri, Pulcinoelefante, 1999
Aforismi e magie, Rizzoli, 1999
La poesia luogo del nulla. Poesie e parole con Chicca Gagliardo e Guido Spaini, Manni, 1999
Il ladro Giuseppe. Racconti degli anni Sessanta, Scheiwiller, 1999
Lettera a Maurizio Costanzo, Lietocolle, 1999
Vanni aveva mani lievi, Aragno, 2000
Le poesie di Alda Merini 1997-1999, La vita felice, 2000
Superba è la notte 1996-1999, Einaudi, 2000
Una poesia, Pulcinoelefante, 2002
Tre aforismi, Pulcinoelefante, 2000
Amore, Pulcinoelefante, 2000
Due epitaffi e un testamento, Pulcinoelefante, 2000
L’anima innamorata, Frassinelli, 2000
Corpo d’amore: un incontro con Gesù, Frassinelli, 2001
Maledizioni d’amore, Acquaviva, 2002
Il paradiso, Pulcinoelefante, 2002
Anima, Pulcinoelefante, 2002
Ora che vedi Dio, Pulcinoelefante, 2002
Un aforisma, Pulcinoelefante, 2002
Folle, folle, folle d’amore per te, Salani, 2002
Magnificat. Un incontro con Maria, Frassinelli, 2002
Il maglio del poeta, Manni, 2002
Silenzio, Pulcinoelefante, 2002
La vita, Pulcinoelefante, 2002
La carne degli angeli, Frassinelli, 2003
Più bella della poesia è stata la mia vita, Einaudi, 2003
Alla tua salute, amore mio: poesie, aforismi, Acquaviva, 2003
Poema di Pasqua, Acquaviva, 2003
Clinica dell’abbandono, Einaudi, 2004
Cartes (Des), Vicolo del Pavone, 2004
Dopo tutto anche tu, San Marco dei Giustiniani, 2004
Il Tavor, Acquaviva, 2005
Confessioni di un poeta, Acquaviva, 2006
Io dormo sola, Acquaviva, 2006
La magia delle mani, La Vita Felice, 2007
Delirio amoroso, Sassella, 2007
La nera novella, Rizzoli, 2007
Baldanza della cenere, Zanetti, 2007
Canto Milano, Manni, 2007
Ho peccato anche di felicità, Acquaviva, 2007
Canzone dell’ultimo amore, Acquaviva, 2007
Cantico dei vangeli, Frassinelli, 2007
Francesco, canto di una creatura, Frassinelli, 2007